Il bisogno di felicità

In un periodo ormai lontano nel tempo e nello spazio, almeno quel tempo e spazio che connotiamo secondo la nostra esperienza di uomini, l’uomo ha rotto la dipendenza dai processi naturali, scoprendo in sè nuove possibilità. L’uomo scopriva, nell’alba di quel tempo, la capacità di progettare, di elaborare processi tali da portare ad acquisizioni e conoscenze non trasmissibili geneticamente. La capacità di trasmissione di competenze e culture, da cui poi la parola e l’attività simbolica, hanno portato a quella contrapposizione natura vs. cultura che ha contraddistinto il patrimonio di conoscenze del mondo umano.

Noi umani possediamo il linguaggio, lo strumento in grado di operare meraviglie, di dare segnificati e connotazioni a ciò che ci circonda. Lo strumento che ci consente, in modo ancora maggiormente stupefacente, di dare nomi a cose che non esistono materialmente, che non possiamo toccare, a cose che non sono, ma che potrebbero pure essere ed esserci. Con le parole trascendiamo la nostra esperienza sensoriale, immaginiamo qualcosa che non c’è, la sogniamo anche e le parole ci consentono di trasmettere ciò che stentiamo a credere e immaginiamo a chi ci sta vicino, di condividerlo e scambiarlo con l’altro.

L’uomo appartiene al mondo della natura, ma come specie animale c’è un momento nella sua storia in cui si è caratterizzato in maniera diversa rispetto agli altri animali. Per alcuni il momento è stato quello in cui è diventato un essere sociale. Per altri il momento distintivo è stato segnato dalla creazione,  produzione ed utilizzazione di strumenti. Il tratto comunque pertinente a ciascuna di queste teorizzazioni è legato al costituirsi dell’uomo come centro e misura di scambio. E perchè ci sia scambio deve esservi la parola. La parola, non la voce. La parola condivisa, non solo comunicata, con gli altri del gruppo sociale di appartenenza. Condivisa perchè non è la comunicazione in sè il tratto pertinente , anche gli animali infatti hanno la voce e anche un linguaggio col quale comunicano, ma tali sistemi di comunicazione sono costituiti da sistemi di segnali e non di segni come è invece tra gli uomini (anche se alcuni etologi sostengono che anche quelli tra gli animali sono segni perchè anche gli animali hanno una loro storia e si evolvono.)

Quel che è pertinente all’uomo è il logos, il segno (lo aveva sottolineato Aristotele).

La cultura, sistema di segni non di segnali è alla base della comunicazione. I segni, strumento del comunicare, caratterizzati anche dalla mutevolezza, nell’aspetto della loro costanza consentono la comunicazione e il messaggio che essi veicolano viene decodificato diversamente in rapporto ai contesti di produzione e fruizione. E’ il motivo per cui il linguaggio umano si può tradurre e trasmettere, può divenire un metalinguaggio, andando oltre il segnale quindi, che è immutabile.

Sappiamo che il segno del linguaggio umano è dato dall’insieme di significante (strumento formale attraverso cui si comunica il significato, parola priva di significato) e significato (il contenuto semantico.) E’ cioè ciò che la parola vuole esprimere. E sappiamo che per potere significare significato e significante devono sempre essere riportati ad un oggetto concreto: il referente, in rapporto al quale il significato rimane quello che è, ciò che cambia è il senso con il mutare delle situazioni. Il senso varia in rapporto ai diversi contesti. Queste notazioni, semplificate al massimo, ci consentono di sottolineare l’importanza delle differenziazioni culturali strettamente collegate alle complessità della comunicazione umana. E’ alla cultura, insieme di segni consapevoli ed inconsapevoli, costruitasi in larga misura sull’antinomia con la natura, che l’uomo si rivolge per, non solo interrogarsi, ma anche orientarsi nel mondo. E nel mondo che ci siamo costruiti l’uso delle parole diventa un esercizio fondamentale.Un esercizio che non deve essere logorante nei suoi significati ultimi perchè su tale scambio ci comprendiamo e viviamo. Bisogna che l’uomo si riappropri di quelle parole che già Rabelais in uno dei racconti di Pantagruel aveva come congelate, appese senza alcun suono.

Alla resa dei conti, stiamo parlando di una davevro pantagruelica impresa. Provare a dare significato, forma a parole e concetti è ardua impresa. Come sintetizzare valori supremi racchiusi in parole apparentemente semplici? Felicità, ottimismo, ideale, ma anche bellezza o qualità della vita o altro ancora, come dirli, raccontarli? Quello che proverò a fare è dare una panoramica che per propria definizione non può che essere lacunosa , degli interrogativi e dei percorsi che nel corso del tempo sono stati discussi e proposti relativamente ad alcuni di questi concetti chiave che ci consentono di stare insieme nel mondo con gli altri.

Alla ricerca di una definizione
La felicità, l’ottimismo , la gioia, la qualità della vita sono tra gli ideali che ci accompagnano nel nostro essere nel mondo con e tra gli altri. Il loro valore sta fondamentalmente nella loro capacità di essere una meta sempre desiderata, mai raggiunta. La meta di un viaggio che non si conclude mai. Che forse non si deve mai concludere, per non mettere la parola fine alla ricerca. Nella trama dei concetti che percorrono la vita dell’uomo la felicità è tra i più mobili, i più difficili da catturare, ma è anche quello maggiormente indagato, cercato. E’ una ricerca imprescindibile per l’uomo da quando la cultura ha preso il sopravvento sulla natura.
Fine della vita, potremmo dire prendendo a prestito un termine metalinguistico, che almeno bisogna provare a raggiungere e talmente metalinguistico che almeno bisogna provare a raggiungere e talmente importante che anche alcune costituzioni come quella americana lo hanno inserito nella loro carta dei diritti.
Gli innumerevoli tentativi di giungere anche solo a una definizione del termine però sia da un punto di vista filosofico che psicologico costituzionale e neurofisiologico non hanno avuto alcun risultato soddisfacente ed esaustivo rendendo sempre più paradossalmente dirompente la forza del termine. Una definizione definitiva infatti la avrebbe solo chiusa in uno spazio che non avrebbe che potuto essere mortificante. Ancora oggi e sempre di più invece il termine denuncia la sua validità e suggestione nell’utilizzo che ne viene fatto da quanti, e sono tanti, la rappresentano, immaginano e indicano come meta di percorsi che trovano in slogan pubblicitari le maggiori risorse. Il raggiungimento della felicità, da sempre obiettivo sovrano dell’umanità, linea immaginaria dell’orizzonte che inesorabilmente si allontana man mano che ci illudiamo di raggiungerlo appare oggi però banalmente e inesorabilmente proposto alla stregua di una felicità standardizzata. Una felicità per tutti che ad ogni costo deve essere raggiunta :tutti devono essere felici . Tutti devono essere felici perché la società capitalistica e consumistica dei paesi occidentali è divenuta allergica al dolore, alla malattia, alla sofferenza. Tutti devono essere felici perchè la società dei nostri paesi è dominata dalla cultura pesantemente strutturata sull’edonismo e sulla ricerca del consumo: unico mezzo che sembra in grado di soddisfare quella ricerca di benessere che l’uomo rincorre sempre. Se leggiamo un giornale, guardiamo la televisione, ascoltiamo la radio, passeggiamo per la città e osserviamo i manifesti per le strade l’idea di felicità è onnipresente, la felicità sembra invaderci, rincorrerci da ogni lato in attesa solo che noi la cogliamo. Ma la felicità di che? Di cosa? Per cosa?

Quello che una volta era considerato lo slogan dei libertini che propugnavano il tutto subito per godere liberamente senza intralci è diventato il leit motiv della pubblicità. Rappresenta e scatena quell’immediatezza del desiderio che non può più essere censurato come una volta, ma deve e può essere soddisfatto grazie alle illimitate promesse su cui si struttura il sistema della società moderna. Il concetto moderno di felicità sembra ispirato dunque all’utilitarismo:il massimo della felicità per tutti, un’idea che di certo non esisteva nell’antichità.
Il mondo occidentale comincia ad interrogarsi sulla felicità e sulle modalità con cui raggiungerla quando la ragione la razionalità la scienza prendono il sopravvento sulle credenze sulle superstizioni sull osservazione sensibile. Ma siamo sicuri che la scienza, la razionalità, rendano felici?

Già Erasmo da Rotterdam (1467-1536) scriveva:
“sembrami cosa ben ridicola il compiangere un essere perché trovasi nel suo stato naturale(…) Il solo uomo, dicono, è quello tra tutti gli animali, che gode il privilegio di imparare le arti e le scienze per supplire colle sue cognizioni al difetto della natura(…) quelle scienze, quelle arti, che voi tanto decantate, no, non sono l’opera della natura; fu un certo genio chiamato Teuto, grande nemico del genere umano, che per somma disavventura degli uomini le ha inventate:imperocchè non che le scienze conferiscano a quella felicità, per cui si pretende che siano state ritrovate; sono anzi estremamente nocive. Era veramente di buon naso quel re saggio e prudente che con tanta finezza, secondo Platone, biasimava l’invenzione dell’alfabeto.
Diciamo pure francamente che il sapere e l’ industria si sono intruse nel mondo come tutte le altre pesti della vita umana, e che sono state inventate da quegli spiriti medesimi che furono gli autori di tutti i mali, voglio dire dai demoni (leggasi i sapienti), i quali trassero persino dalla scienza il loro nome. Nulla di questo conoscevasi nel secolo d’oro , e gli uomini allora senza metodo, senza regola, senza istruzione vivean felici guidati dalla natura e dal proprio istinto (…) sono perfettamente felici quegli uomini che non avendo alcun commercio con le scienze speculative e pratiche non prendono per loro scorta se non la natura, la quale non è affatto difettosa, e non trae mai a perdizione coloro che seguono esattamente e fedelmente le sue vestigia né amano uscire dei confini dell’umana condizione. La natura è nemica di ogni artifizio e noi vediamo crescere più felicemente quelle cose che non sono di alcun arte contaminate.(1945, pp 79-83)
Le cognizioni scientifiche non soltanto non ci consentono di raggiungere quella felicità per condurre alla quale si dice siano sorte ma anzi la ostacolano. La conoscenza sembra avere generato incertezza, insicurezza e ansia. Più sappiamo e conosciamo e più la felicità sembra allontanarsi.

Condizioni di felicità
Un approfondimento sul tema della felicità non può che iniziare dagli etimi sui quali abbiamo costruito la nostra idea di felicità. Felix deriva dalla stessa radice da cui nascono i termini fecunditas, filius, femina, foetus e anche ferax, che ci riporta ad una terra generosa di frutti. La parola rimanda a un senso di pienezza, sovrabbondanza, crescita. Un’esperienza di espansione del sé e di sé.
Dopo un’indagine sui migliori vocabolari italiani la parola mediamente indica <<lo stato o la condizione di chi è o si sente felice>>. E felice viene riferito a <<persone liete, serene, soddisfatte, contente di sé, del proprio stato, delle condizioni materiali e spirituali di vita…>>. Si parla di uno stato di pienezza di vita, di soddisfazione e soddisfacimento. Uno stato che ciascun uomo vorrebbe sperimentare non una, ma mille e più volte ancora nella vita. Uno stato che da sempre l’uomo ha cercato e per il raggiungimento del quale ha indicato percorsi differenti a seconda delle culture e delle epoche storiche.
Lo screening sulla ricerca non solo sul significato del termine, ma anche sulle vie indicate per raggiungere la felicità non può che partire dalle argomentazioni dei primi scritti che la tradizione filosofica ci tramanda. Essi ci mostrano un percorso di analisi che collega strettamente i principi etici, il vivere bene secondo giustizia, con la felicità: sembra che etica e felicità siano sinonimi.
Una sovrapposizione lontanissima dalla considerazione dell’uomo che vive nel nostro tempo. La modernità oggi non riconosce più nella coincidenza del bene con la virtù e il piacere la piena realizzazione della natura umana e quindi il raggiungimento della felicità.
Nell’era della globalizzazione, in cui le differenziazioni sociali, e non solo nel cosiddetto terzo mondo, sono sotto gli occhi di tutti, non è più proponibile la realizzazione del proprio piacere all’ insegna del contentarsi di ciò che si ha. E non è proponibile nemmeno una vita guidata dallo spirito del sacrificio, pur nella prospettiva di una ricompensa in un luogo e tempo altro da quello che ciascuno di noi vive.
La contestualizzazione storica, alla quale non ci si dovrebbe mai sottrarre, ci dice che la creazione delle scuole filosofiche, il prestigio dei filosofi, considerati, oltre che maestri di insegnamento, punti di riferimento e di comportamento, erano, agli inizi del dialogare e crescere dell’ uomo, una forte spinta per i giovani che volevano elevare il loro grado di preparazione.
Sia il platonismo che l’aristotelismo prediligevano l’aspetto etico nella ricerca della felicità, trasmettevano la sapienza del come vivere e questo dava identità e anche sicurezza agli adepti che condividevano oltre alla dottrina, valori, amicizia, scelte di vita.
Platone (427-347 A.C.), nel Gorgia per bocca di Socrate affermava più volte che è meglio subire l’ingiustizia che commetterla. Sta bene veramente egli diceva, chi ha l’anima in buona salute e anche chi, avendola malata la cura e la guarisce, cioè paga per il male fatto. Chi si sottrae alla pena è infelice. Non è il piacere il fine, ma il bene. Chi insegue solo il piacere è simile a colui il quale volesse colmare d’acqua un vaso bucato.
Aristotele dichiarava che i comportamenti degli uomini tendono al raggiungimento della felicità, ma perché sia possibile devono attenersi a principi virtuosi. Il sommo bene non può che essere la felicità, l’eudemonia. Tutti gli altri beni, il pensiero, l’onore, il piacere, non sono che elementi costitutivi del bene supremo.
Se l’uomo è per sua natura un essere razionale, come afferma Aristotele, è l’ uso della ragione a condurre alla realizzazione di sé, ovvero allo stato che dà la felicità e che rappresenta la condizione naturale dell’uomo. Essere felici non è una scommessa con la buona sorte, ma il risultato che si ottiene dal buon governo delle passioni, dall’ uso della volontà e dalla misura dei desideri.
D’ altro lato però, lo stesso Aristotele pone l’ accento sulla indeterminatezza della felicità stessa.
<<diciamo quale sia il più alto di tutti i beni pratici. Quanto al nome di esso la maggior parte è pressoché d’ accordo: felicità lo chiamano, sia la moltitudine, sia le persone raffinate, le quali suppongono che l’ essere felice consista nel vivere bene e nell’ avere successo: ma intorno all’ essenza della felicità sono in discordia e qui la moltitudine giudica non nella stessa maniera dei saggi. Gli uni la ritengono una cosa visibile e che appaia esteriormente come il piacere la ricchezza o l’ onore, altri un’ altra cosa, e, spesso, anche la stessa persona ritiene che sia ora una cosa ora un’altra >>.
Per Aristotele la felicità vera è quella che dura che esige permanenza e costanza, uno stato della mente che non coincide con il piacere sensibile :gli animali per esempio provano piacere, ma non sono destinati ad essere felici perché la felicità è consapevolezza del piacere della conoscenza e della ragione. Aristotele è lontano dall’idea della felicità come fatto puramente privato, chiuso alle relazioni con gli altri, egoistico. La dimensione di questo raro stato emozionale deve essere aperta, intersoggettiva, pubblica, politica. Non si possono toccare le nuvole con un dito senza farsi vedere.
Il bene proprio dell’uomo, restava comunque per il filosofo greco, ciò che può dare la felicità e cioè l’attività dell’anima secondo virtù e se molteplici sono le virtù, importante è assecondare la migliore e la più perfetta. La felicità era e restava un’attività propria dell’ anima.
La socratica “cura dell’anima “ rimaneva l’unica via in grado di condurre l’uomo alla felicità. Aristotele aggiungeva però che era indispensabile essere sufficientemente dotati anche di beni esteriori e di mezzi di fortuna. La loro mancanza parziale o totale poteva infatti compromettere o guastare la vera felicità. Aristotele cominciava a parlare del piacere che della felicità diventava un corollario non indifferente. Quel piacere che oggi si coniuga indissolubilmente con il benessere e la felicità in tutti i messaggi che veicolano l’ esigenza di migliorare sempre di più per essere sempre più felici. E migliorare significa oggi comprare, usare, consumare sempre più prodotti che rendono piacevole la nostra vita e paradossalmente la rendono anche più infelice. La felicità, attraverso gli stessi mezzi che ci affanniamo a conquistare per raggiungerla, ci sfugge sempre di più, rendendo l’ uomo sempre più infelice preda di ansiolitici e psicofarmaci, ultima risorsa che la ricerca del benessere lascia ai suoi inseguitori.
L’ edonismo di cui parlavano Aristotele e i filosofi dell’ antichità era però la filosofia che identificava il bene con il piacere. Era pur sempre una filosofia fondata sull’ assenza di cose che potevano rendere infelici, un modo di difendersi in un’epoca in cui la vita era incerta e la situazione politica delle città ateniesi abbastanza precaria.

Felicità, fortuna, buona sorte … sinonimi o cosa?
I greci oscillavano nella designazione della felicità tra due termini:eudaimonia e euthychia, il buon demone o la buona sorte. Eudaimonia, cioè felicità, ma anche fortuna, la buona sorte. <<Se ciò è vero>> dice Salvatore Natoli, si deve ritenere che per i greci la felicità è qualcosa che tocca in sorte, non un bene disponibile per l’ uomo, ma è qualcosa che viene a lui assegnato. D’ altra parte, però, i greci designano la felicità anche con il termine euthychia:la sorte. <<La sorte, sia che la si intenda come dipendenza dall’ arbitrio divino che dall’ era, causalità del mondo, signoreggia la vita degli uomini e per questo la felicità è fortuna … si può ricavare come per i greci l’implicazione tra felicità e fortuna fosse così forte da rasentare l’identità >>.
La cultura europea si è fatta forte di questa origine etimologica che si muove entro l’ambito della cultura greca. Anche i tedeschi, nell’ utilizzo del termine, adoperano la parola gluck, che significa insieme felicità e fortuna, e gli anglosassoni fanno derivare la parola happiness dal verbo to happen, che vuol dire anche accadere, capitare.
<<L’analisi semantica>> dice Natoli, <<non esaurisce tutto quello che la parola felicità implica, ma certamente mostra come l’ instabilità della situazione umana e l’ incerta sorte a cui è esposta ogni volta abbiano fatto da sfondo all’ elaborazione occidentale dell’ idea di felicità>>.
Oggi felicità, piacere sembrano andare di pari passo. Il piacere, il senso del piacere che alla felicità si accompagna, è diventato altro e sembra non possa essere disgiunto dalla bellezza. Come disconoscere che la bellezza ha un potere di valore guida non indifferente? La felicità è promessa da messaggi pubblicitari che la legano strettamente all’ utilizzazione di prodotti che la garantiscono, abbinandola all’attrattiva, all’ avvenenza.
La felicità, il diritto alla felicità, l’ordine di essere felici, ci viene veicolato dal lessico di psicologi, sociologi, esperti di marketing, pubblicitari, che invitano tutti ad essere felici senza dare però ancora una volta e neanche loro, indicazioni certe su cosa sia questa cosa, una sensazione agognata e non conosciuta di cui si indicano le vie per raggiungerla.
Oggi, apparentemente, non ci sono ostacoli alla conquista della felicità: non ci sono più certamente impedimenti di tipo religioso, politico o morale. Il diritto alla felicità si è trasformato lentamente nel dovere essere felici ad ogni costo. E se per caso, sempre più possibile, il momento della felicità non si raggiunge , si è sempre più scontenti, avviluppati da un senso di inferiorità, sempre più infelici, depressi, divenendo buone prede di un’altra via alla felicità promessa:gli psicofarmaci.
Tornando però al nostro breve excursus nel campo della storia del pensiero legata al concetto di felicità non possiamo dimenticare Epicuro. Pensatore, filosofo per lungo tempo oggetto di amore, ma anche di odio, le sue idee e il suo pensiero, equivocati e mistificati, hanno gravato come un macigno sulla storia del cristianesimo e quindi dell’ uomo occidentale. Un pensiero che invitava alla ricerca del piacere come principio e fine della Felicità.
Nella <<lettera sulla felicità a Miceneo>> Epicuro asserisce che, da giovani, come da vecchi, è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità e per tale motivo invita a far sì che possiamo conoscere le cose che fanno la felicità perché quando essa c’è tutto abbiamo, altrimenti <<tutto facciamo per possederla.>>
Il pensiero epicureo ricerca il piacere come assenza di dolore. Vivere saggiamente è un esercizio continuo di saggezza pratica e di prudenza che conduce al raggiungimento costante del piacere come risultato di uno sforzo di eliminazione del dolore più che come soddisfazione effimera. La filosofia diventa un percorso di sapienza per raggiungere la felicità. I piaceri di cui parlava Epicuro erano intesi come mere assenze di dolore e non come veri e propri godimenti. Era un modo di difendersi in un’epoca in cui la vita era incerta ed insicura.
Il piacere per l’epicureo è assenza di dolore sempre raggiungibile grazie alla retta conoscenza basata sull’ acquisizione di sapere e informazione.
L’ odierna cultura della felicità è al contrario una cultura che potremmo definire liquida. Liquida perché non si basa sull’ apprendimento, sull’ accumulazione di nozioni di conoscenze così come avveniva nell’ antichità o nelle società semplici che ancora oggi trasmettono conoscenze e competenze come attestano le ricerche di etnologi ed antropologi. È una cultura del disimpegno della dimenticanza una cultura fluida come fluidi sono i liquidi che evaporano si rovesciano si spargono e si volatilizzano senza lasciare traccia.
Le nuove dottrine ci invitano al raggiungimento di una facile felicità che viene acquisita con un nuovo corso in palestra o presso una innovativa beauty farm o grazie ad acquisti.
E sempre nuove tecniche ci vengono proposte soppiantando le vecchie in un rincorrersi di veloci istruzioni per l’ uso per il raggiungimento di una veloce felicità
Dimenticare il passato, respingerne gli insegnamenti, le indicazioni, evitare di conoscerlo questo passato anche solo per contrastarlo sembra essere la costante dell’ utilizzo odierno del termine felicità. Un uso nel quale filosofi psicologi esperti di diritto stenterebbero a trovare una qualche corrispondenza o filiazione da quei concetti che con tanto rigore, società e fatica altri filosofi e studiosi hanno tentato di costruire nei secoli.

Il dovere della felicità
Cosa mai direbbe Immanuel Kant (1724 – 1804) che pensava che la felicità può essere raggiunta solo come ideale? Che la felicità è solo un ideale della nostra immaginazione che perde ogni riferimento con la realtà? <<il concetto di felicità non è tale che l’ uomo lo tragga dai suoi istinti , e lo derivi così da ciò che in lui è animalità; è la semplice idea di uno stato che egli vuol rendere adeguato agli istinti sotto condizioni puramente empiriche (il che è impossibile)>>.
Kant sottolineava la variabilità del concetto e il suo differenziarsi nel tempo e tra gli uomini e ne rilevava la irrealizzabilità <<perché la natura umana non è tale da fermarsi e contentarsi nel possesso e nel godimento>>.
L’ uomo nella sua intima costituzione di essere naturale sensibile dotato di ragione non contempla proprio la possibilità di essere felice. La condizione dell’ uomo è tale che egli può porsi come scopo finale la felicità solo se segue la legge morale. A lungo si interrogò sulla possibilità da parte dell’ uomo di raggiungere la felicità giungendo alla conclusione che la condizione oggettiva è che l’ uomo si accordi con la legge della moralità come la sola che lo rende degno di essere felice
Il concetto di felicità gli appariva troppo legato all’ interesse personale, all’ egoismo, per potere essere applicato ai più per non essere illusorio e l’ unica via che riesce ad indicare è quella delle legge, del dovere. Di regole, obblighi morali, dovere, avevano parlato e continuavano a pronunciarsi in tal senso, i teologi cristiani. L’ osservanza delle leggi divine poco aveva a che vedere con la felicità terrena relegata nell’ ordine dell’egoismo e dell’edonismo. S. Agostino (354-430) aveva affermato che certamente tutti gli uomini vogliono essere felici e cercano la felicità, ma bisogna cercare ciò che è meglio per l’uomo:una vita buona.
<<la felicità della vita non è proprio ciò che tutti vogliono, scrive Agostino, e nessuno senza eccezioni non vuole? Dove la conobbero per vederla così?Dove la videro per amarla? Certo noi la possediamo in qualche modo … all’ udirne il nome tutti confessiamo di desiderarla in sé stessa e non è il suono della parola che ci rallegra … l’ umanità intera la conosce. Se si potesse chiederle con una sola parola se vuole essere felice, non vi è dubbio che risponderebbe di si>>
Dopo un’attenta analisi del termine disse che l’ unica vera felicità da non confondere con il godimento dei piaceri della carne o dei piaceri legati al cibo, all’ odorato, eccetera, era la felicità legata alla ricerca di Dio <<la felicità della vita è il godimento della verità cioè il godimento di Te, che sei la Verità, o Dio, mia luce salvezza del mio volto, Dio mio. Questa felicità della vita vogliono tutti, questa vita che è l’ unica felicità vogliono tutti, il godimento della verità vogliono tutti>>
S. Agostino dava con le sue indicazioni ai cristiani <<un’identità più forte capace di durare nel tempo senza confondersi e senza confondere le sue speranze con desideri e paure di passaggio. Si trattava anche di convertire quel sogno troppo umano di felicità nel mondo delle cose in un’ideale metamorfosi del modo di essere e di godere>>.
Le confessioni tendevano a indirizzare tutte le fonti ed energie dell’ anima verso Dio, fonte di ogni amore , di ogni bellezza e armonia, fonte delle felicità. Come i grandi teologi Agostino non aveva dubbi:la ricerca della felicità in Dio è il fine dell’ uomo indissolubile è il legame tra felicità e vita buona, tra felicità e legge morale. I padri della Chiesa, i teologi medievali continuarono a parlare di una vita buona e felice, unica strada possibile per raggiungere la felicità in un aldilà promesso e non raggiungibile, se non attraverso la mortificazione della libertà e dei sentimenti.
S. Tommaso, anche lui parlò della felicità e della sua relazione con la moralità. Per Tommaso un atto virtuoso trova in sé il suo piacere e il virtuoso opera per amore della virtù e non per timore del castigo o per ricevere un premio. La felicità è guidata sa una vita buona.
Platone, Aristotele, da un lato, i grandi maestri cristiani dall’altro, seppure con intenti e per vie differenti, affermavano in fondo la stessa cosa: la felicità è un dono ricevuto in cambio di una vita condotta secondo regole morali, etiche precise. La felicità nulla ha a che vedere con il raggiungimento e possesso di qualcosa egoisticamente preteso e gelosamente custodito. Un dono che rispecchia la legge della reciprocità.

Felicità e questione sociale
Abbiamo visto, seppure di volata, come il tema della felicità abbia sempre impegnato studiosi e cultori delle scienze dell’uomo . De Luise e Farinetti al tema della felicità hanno dedicato un poderoso lavoro di ricognizione che ci permette di seguire le diverse problematiche di filosofi e studiosi del problema, le varie modalità di espressione del termine nel corso della storia a partire dal mondo greco sino alla modernità.
Un momento in cui l’ idea di felicità sembra perdere la sua centralità filosofica di analisi e guida del rapporto uomo e riflessione morale è la fine del Settecento, il secolo dell’ Illuminismo, della rivoluzione francese. È il periodo storico in cui, in maniera sempre più approfondita, si delineano i confini di una nuova scienza dell’ uomo, il momento in cui si apre un discorso nuovo, naturalistico, sperimentale sull‘uomo, le cui conseguenze sociali furono notevoli. Il dibattito che ebbe nella società francese il luogo naturale e preferito di svolgimento fu molto variegato e soprattutto portò avanti un nuovo modo di approcciare l’ uomo da parte della cultura europea.
Il secolo dell’ Illuminismo è quello in cui anche per le incessanti scoperte scientifiche e geografiche che si susseguivano <<viaggia nel subconscio collettivo l’ imbarazzante dubbio che il bonheur di cui si parla non sia affare di tutti>>. Il ceto intellettuale francese fa i conti con le gravi disuguaglianze sociali. Da un lato gli aristocratici, ricchi, goderecci, quasi afflitti da un indicibile bonheur,dall’ altro i contadini, i poveri vessati dalla classe dirigente per i quali <<Voltaire reclama almeno il diritto del disgraziato ad urlare la propria sofferenza>>.
Ancora nella prima parte del secolo si era avuta una numerosa raccolta di trattati sulla felicità. Anche Emilie Du Chatelet, per lunghi anni compagna di Voltaire, scrisse un piccolo trattato sulla felicità dedicato fondamentalmente alle donne. Le sue erano indicazioni di carattere pratico con taglio realistico e visione ottimistica. Si è felici soltanto quando i piaceri e le passioni sono soddisfatti, scriveva la Du Chatelet e aggiungeva che <<per essere felici si deve essere virtuosi>>.
Gli scritti del periodo generalmente inneggiavano e mitizzavano la vita agreste e rassicuravano sul fatto che la condizione sociale con il suo corollario in negativo di affanni fatiche e miserie <<è indifferente alla felicità, ma , anzi, le semplici gioie del povero sono superiori a quelle del ricco, costantemente preoccupato dei suoi affari dei suoi impegni mondani ma anche della sorte di suoi beni. Con Voltaire e i filosofi dell’ Enciclopedie ci si comincia a interrogare sulle evidenti contraddizioni che tali idee portano con sé e ci si comincia a chiedere se sia possibile che il termine felicità entri a buon diritto a far parte del programma politico di una nazione. Si apre un dibattito sulla questione sociale della felicità aldilà del rapporto con i precetti e Dio. La ricerca filosofica sul concetto di felicità si focalizza sul problema di garantire un sistema che possa vincolare tutti alle regole comuni. La felicità di chi ha potere e denaro comincia a diventare un problema: gli illuminati intellettuali cominciano a porsi il dilemma dell’ evidente ingiustizia che regola felicità e infelicità umana. La felicità diventa una questione sociale.
Diderot, tra i più grandi studiosi e teorici illuministi, appassionato collaboratore dell’ Enciclopedie, opera che considerava fondamentale per la liberazione dell’ uomo dai legacci della superstizione e imposture, affermava che le teorie sulla felicità raccontavano solo la storia dei teorici che le esponevano. La sua ricerca si proponeva di sostenere che la felicità è innanzitutto un dovere , un dovere verso sé stessi. Alcuni aspetti , egli pensava, condizionano fortemente la possibilità della felicità.<<Il codice civile e quello religioso hanno sopraffatto il codice naturale, rendendo impossibile non solo l’ obbedienza simultanea all’ intero complesso di regole, ma anche la pratica coerente di un solo codice per volta, cosicché in nessun paese è dato di trovare un vero uomo, un vero cittadino, un vero devoto. Elaborare una forma di civiltà in armonia con il codice naturale:è questa, in fondo, l’ idea guida che Diderot persegue, sperimentando ipotesi e soluzioni alternative, assorbendo e sviluppando idee che condivide parzialmente con altri fino ad arrivare ad una forma di scetticismo e di disincanto>>.
Negli elementi di fisiologia scriveva <<si dice che il desiderio nasce dalla volontà; è il contrario; è dal desiderio che nasce la volontà. Il desiderio è figlio dell’organizzazione , la felicità e l’ infelicità figli del benessere e del malessere.>>
Si comincia a dire esplicitamente che l’ edonismo virtuoso non può essere la sola causa della felicità. Vi sono anche altre componenti che determinano, condizionano la possibilità dell’essere felici.

Gli ultimi agganci ad un legame morale.

Nel secolo XIX , secolo in cui la speculazione filosofica e sociale era per la maggior parte dominata dall’idea di un oggettivo progresso della coscienza e della storia, e dalla fiducia nel potere sempre maggiore del potere scientifico, una voce a parte fu quella di Arthur Schopenhauer (1788-1861). A lui la cultura europea è in parte debitrice di alcuni principi molto importanti su un certo tipo di problemi esistenziali e morali che ben si ricollegano anche al tema della felicità e della gioia, come del dolore e della noia. Le sue osservazioni sul pensiero ed il pensare dell’uomo, sulle sue aspettative, analisi fortemente collegate a considerazione di grande profondità psicologica, gli permettono di andare controcorrente rispetto al clima culturale del momento. Afferma che nell’uomo, sotto le rappresentazioni pulsa la volontà che costituisce la forza possente e a-razionale che si oggettiva in forme sempre diverse e in modi molteplici producendo e mantenendo la vita, ma anche alimentando conflitto e sofferenza. E tutto grazie alla filosofia, che ha inizio laddove le scienze finiscono. Schopenhauer riconosce a Kant il grande merito di avere liberato l’uomo dal mito del realismo , cioè dal credere che le cose abbiano una realtà e un significato indipendentemente dal soggetto. Pensava che l’uomo fosse destinato all’infelicità perché desiderava ciò che non poteva avere. La sofferenza gli si rivelava lo stato naturale dell’uomo. Per lui la vita oscillava come un pendolo tra il dolore, determinato dalla mancanza, e la noia prodotta dall’aver raggiunto qualche appagamento effimero. L’essere felici quindi diventava una condizione irraggiungibile, mai un’esperienza presente: qualcosa che o si ricorda o si rimpiange o che si attende in eterno. La sola felicità possibile sta nell’attimo , nella momentanea cessazione del dolore. “La sola felicità è quella di non nascere” (1990, p.107) scriveva. Nel fugace passaggio della vita, star bene significa non star male. Uno stato di felicità duraturo non è possibile. L’arte di essere felici, o meglio vivere il meno infelicemente possibile, come diceva, riguarda il singolo, mai la comunità. La felicità ha a che fare con un’aspirazione individuale e l’unica possibilità che si ha è quella di annullarsi, indebolire il desiderio dell’impossibile esercitandosi in una tecnica individuale e ascetica che ricorda il nirvana. L’ascesi era la strada che poteva, in quanto stato di annullamento dell’impulso totale, portare, non alla felicità, ma all’annullamento: al nulla. “Non più volontà, non più rappresentazione, non più modo. Davanti a noi non resta invero che il nulla. Per gli altri, in cui la volontà si è rivolta da sé stessa e rinnegata, questo nostro universo quanto reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee è il nulla”.1972,IV, p.71

Se per Aristotele la felicità rappresentava la condizione naturale che l’uomo poteva guadagnare con la ragione, per Schopenhauer la vita era solo dolore e sperare di non soffrire più era inutile perché si desiderava sempre ciò che non si poteva avere. La felicità e i piaceri sono soltanto chimere che un’illusione ci mostra in lontananza, mentre la sofferenza e il dolore sono reali e si annunciano da sé, senza il bisogno dell’illusione e dell’attesa.Se il suo insegnamento viene messo a frutto smettiamo di cercare la felicità e i piaceri e ci preoccupiamo solo di sfuggire per quanto possibile alla sofferenza e al dolore. Ci rendiamo conto che il meglio che il mondo ci può offrire è un presente sopportabile , quieto e privo di dolore. Se esso ci è dato sappiamo apprezzarlo e ci guardiamo bene dal guastarlo aspirando senza posa a gioie immaginarie o preoccupandoci con timore di un futuro sempre incerto che per quanto lottiamo rimane pur sempre nelle mani del destino. Inoltre perchè mai dovrebbe essere folle preoccuparsi sempre di godere il più possibile dell’unico, sicuro presente, se la vita intera altro non è che un frammento più grande di presente, e come tale assolutamente transeunte?1997, p.78

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